Castello di San Niceto

A una distanza di appena dieci chilometri da Reggio, tra il torrente Macellari e il San Giovanni, si apre la vallata del Sant’Aniceto. A Monsignor Antonio De Lorenzo, sul finire dell’800, questo sito apparve come un cono, cinto al suo apice dalla corona di mura dell’antico castello.[i] E ancor oggi, in cima ad una ripida collina, posta a 670 metri s.l.m. di fronte allo Stretto di Messina, si possono ammirare i ruderi dell’imponente castello, che rappresenta, tra tutte le fortificazioni calabresi d’età pre-normanna, quella che conserva la struttura più integra.

Una struttura davvero unica che ricorda la forma di una nave, con la poppa che guarda allo Stretto e la prua all’Aspromonte. Sono ancora ben visibili i ruderi delle mura di cinta e la cosiddetta “porta di terra”. Questa costituiva nei kastra bizantini l’accesso alla fortezza lato monte, così come sul versante opposto era ubicato l’accesso dalla parte del litorale, per l’appunto la “porta di mare”. Di quest’ultima possono scorgersi i resti.

Santo Niceto è un manufatto di epoca tardo bizantina, ubicato  su una collina che domina l’imbocco Sud dello Stretto di Messina, rilevato in documenti dell’anno Mille e compreso nel Tema bizantino di Reggio. Fu costruito per l’avvistamento e il rifugio della popolazione di Reggio dalle invasioni turchesche. Certamente vi fu nella fondazione del castello una presenza siciliana, come attestato dall’intitolazione del maniero a Santo Niceto, ammiraglio bizantino vissuto a cavallo tra il VII e l’VIII secolo, al quale i siciliani erano particolarmente devoti. Quando furono costretti a fuggire dall’isola invasa dagli Arabi nella prima metà dell’XI secolo, approdarono nella Calabria bizantina ed assieme agli abitanti del luogo eressero la fortificazione dandole il nome del loro santo protettore, Niceto.

La sua costruzione fu ebbe inizio tra il X e la prima metà dell’XI secolo; il suo sviluppo durò fino al XII.

Durante il XIII secolo questo presidio fu un fondamentale centro di comando, sempre tormentato dalle guerre tra Angioini e Aragonesi. Dai primi del ‘500 fece parte del feudo di Motta S. Giovanni intestato agli Aragona. Ai primi del ‘600 – quando risultava già disabitato – il feudo era passato ai Ruffo di Bagnara che lo custodirono fino all’eversione della feudalità.

Il presidio dello Stretto di Messina rimase di principale importanza, ma fu affidato a fortificazioni dislocate lungo le due sponde, atte ad ospitare batterie costiere, tanto che anche dopo l’Unità d’Italia si avvertì l’esigenza di costruire fortificazioni in punti strategici per controllare il transito marittimo.

All’interno della cinta muraria, al centro in posizione dominante, c’è il Mastio a pianta quadrangolare che ospita una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Nella parte centrale della struttura, il donjon residentiel risulta protetto da una seconda cinta muraria, e mostra resti di sepolture, macine in pietra e cisterne; il castello era quindi attrezzato per resistere ad assedi di lunga durata.

Successivamente venne costruito il palazzo lungo la cinta nord e quello centrale, e suddiviso lo spazio realizzando un secondo settore difensivo, aggiungendo le scarpe per la difesa piombante.

Sul sito negli ultimi anni sono stati effettuati due restauri entrambi condotti da Francesca Martorano, Ordinaria di Storia dell’Architettura dell’Università di Reggio Calabria.

Tipo RisorsaRisorsa Architettonica

Latitudine

38.026885

Longitudine

15.707455